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giovedì 13 marzo 2014

Bere alcolici in gravidanza è pericoloso?

E’ un dubbio che tormenta molte donne, soprattutto – ovviamente – quelle che più volentieri si concedono uno o più bicchieri di bevande alcoliche con una certa frequenza: bere alcolici in gravidanza può essere pericoloso? E fino a che punto? Approfondiamo insieme la problematica, che chiaramente è tutt’altro che semplice o sbrigativa.
I rischi
I rischi derivanti dall’assunzione di alcolici durante la gravidanza
sono molteplici e disparati: dalle malformazioni fisiche che il bambino potrebbe riscontrare, fino all’ereditarietà dell’alcolismo, che si può verificare anche in età adulta, nonostante abbia goduto di una perfetta salute nell’infanzia.
Pertanto il solo e unico consiglio che si può dare con totale certezza di non sbagliare a qualsiasi donna incinta, che sia solo abituata a bere un bicchiere di vino a tavola (e quindi a stomaco pieno, il che lo fa sembrare certo ‘meno pericoloso’) o che provenga da una reale dipendenza da alcol, è il seguente: smettere. Smettere completamente con l’assunzione di bevande alcoliche è l’unica maniera per essere certe di non andare incontro ad alcun tipo di rischio; perchè l’organismo di ciascuna donna risponde in maniera diversa all’alcol, per cui consigliare una ‘moderata quantità’ a una persona abituata a bere senza grossi freni significa sicuramente qualcosa di diverso da ciò che potrebbe significare per una persona che assume saltuariamente vino durante i pasti.

Bere alcolici in gravidanza può portare a ritardi mentali,
parto prematuro e perfino alla cosiddetta FAS (sindrome alcolica fetale), che comporta microcefalia, ritardo della crescita e disturbi del sistema nervoso: di fronte a rischi di questo genere, una madre coscienziosa non esita a smettere di bere.
I primi tre mesi

I primi giorni dal concepimento in particolare, ma tutto il primo trimestre della gravidanza costituiscono il periodo più esposto ai rischi appena citati: è in questo momento infatti che si formano lo scheletro e gli organi del feto, che attraverso la placenta potrebbe assumere l’alcol nel corpo della madre. Ma per evitare tutto ciò basta semplicemente smettere completamente di bere alcolici in gravidanza.

Parto prematuro: i sintomi principali

Il parto prematuro avviene prima della 37a settimana di gravidanza quando il bambino ha ancora l’apparato respiratorio non completamente formato. Si tratta, quindi, di una situazione estremamente rischiosa per la vita del neonato. Nel parto prematuro, i pricipali sintomi sono rappresentati da: contrazionio dolori al basso ventre di intensità variabile, perditie vaginali e nei casi estremi la rottura delle acque.
Come si manifesta il parto prematuro
Il parto prematuro, o parto pretermine, avviene prima della 37a settimana di gestazione e rappresenta una situazione rischiosa sia per la mamma sia per il bambino soprattutto se avviene i neonati molto prematuri, i quali sono altamente a rischio di soffrire di gravi problemi cerebrali, digestivi e soprattutto respiratori. Inoltre la mortalità nei primi giorni di vita è molto alta. Questi neonati se superano la fase critica rischiano anche di avere problemi anche una volta cresciuti, ad esempio ritardo nello sviluppo e problemi nell’apprendimento. Il parto prematuro è più frequente nelle mamme molto giovani (meno di venti anni) e in quelle più mature (sopra trentotto anni).
Il parto prematuro è accompagnato da sintomi e in particolare da contrazioni che si presentano in genere ogni dieci minuti o con una frequenza maggiore. Spesso sono dolorose e devono subito allarmare la mamma che deve recarsi in ospedale. In altri casi le contrazioni possono essere sporadiche o possono presentarsi come un indurimento dell’addome accompagnato da mal di schiena e da senso di peso al basso ventre.
Possono essere presenti emorragie, sintomo di un distacco di placenta alla base del parto prematuro. L’emorragia può anche non essere abbondante, ma è quasi sempre accompagnata da dolori e contrazioni.
La minaccia di parto prematuro può presentarsi anche con la “rottura delle acque” (membrane amniocoriali) con perdita di liquido amniotico trasparente o verde. In questo caso è richiesto un ricovero urgente.

Sintomi principali del parto prematuro
Il parto prematuro, accompagnato da particolari sintomi, è una situazione di grave rischio per la madre e il bambino. I sintomi che devono mettere in allarme i futuri genitori sono rappresentati da contrazioni (dolorose ma anche più lievi), mal di schiena, emorragie e la rottura delle borse amniotiche. Queste condizioni richiedono il ricovero immediato.

Dormire in tre nel lettone? C’è il partito del “dormire con noi mai” e quello del “più lo coccolo, meglio è”. Da che parte stare?

Occhi cerchiati, spossatezza, nervosismo: abbiamo dormito male – oppure per nulla – e il motivo non è da ricercare in un malessere. Semplicemente abbiamo riposato poco perché la notte appena passata l’abbiamo trascorsa con il nostro bambino che ci ha raggiunto dalla sua cameretta e si è infilato nel lettone insieme a noi. Probabilmente lo avremo accolto raccontandogli che questa sarebbe stata l’ultima volta, sapendo già, in cuor nostro, che cederemo ancora alla sua richiesta di accucciarsi tra mamma e papà. Ma è giusto far dormire un bambino nel lettone? E se diventa un’abitudine? Abbiamo esposto i nostri dubbi alla dottoressa Francesca Saccà, psicologa e psicoterapeuta a Roma e curatrice del blog Psicologo in famiglia. È naturale che il bambino voglia dormire nel lettone di mamma e papà, luogo caldo e sicuro, quasi “magico”, dove, attraverso il contatto fisico con i genitori, sperimenta sicurezza e protezione.
Il lettone è un posto speciale e deve essere conquistato dal bambino in occasioni speciali.
Ciò vuol dire: non si dorme tutti i giorni con mamma e papà, perché non dare questa abitudine permette al bambino di sviluppare la sua autonomia. E preserva l’intimità della coppia.

La regola e le eccezioni
Come ogni regola anche quella del lettone ha le sue eccezioni. A volte si può essere flessibili di fronte alle richieste del bambino. Nulla vieta che, in casi particolari, per esempio di fronte a cambiamenti (trasloco, vacanze, soggiorno da parenti o amici) o a situazioni nuove che provocano nervosismo e ansia, si tenga con sé per farlo addormentare, riportandolo poi nel suo lettino. Questa modalità diventa un rito rassicurante che lo calma. Per poi tornare tranquillo nel suo lettino.

Come prevenire “il vizio”… Organizzare uno spazio tutto suo
La nanna nel lettone è un’abitudine che si può evitare creando una cameretta o uno spazio accogliente che sia solo del bambino. Se l’appartamento è piccolo e non c’è una cameretta per lui, create una separazione tra l’ambiente del piccolo e quello dove dormite voi (si può mettere un paravento tra il letto e la culla). Il bambino dovrà addormentarsi nel suo letto con un genitore a fianco.
È importante stabilire orari precisi per andare a dormire, raccontargli una favola, concedergli la compagnia del suo peluche.
Se nella notte il bambino si sveglia ed entra nella vostra camera, riaccompagnatelo nella sua senza cedere alla pigrizia o alla compassione. Il piccolo ha preso l’abitudine (sbagliata) di dormire nel lettone? Cercate di disabituarlo: rendete piacevole il momento della nanna con una favola e le coccole. Se teme il buio tenete accesa una lucina e lasciate la porta aperta. Occorre pazienza e tenacia per promuovere e consolidare la nuova abitudine: non bisogna cedere, anche se il piccolo si dispera occorre farsi vedere risoluti e decisi.
Il neonato dorme meglio nella culla
Se a entrare nel lettone è un bambino di pochi mesi o giorni, occorre fare attenzione: almeno un genitore dovrebbe essere sveglio per monitorare la situazione. Il rischio è che il bambino sia schiacciato o spinto giù nel sonno. Meglio dunque che il neonato dorma nella sua culla in uno spazio protetto. La cosa migliore sarebbe quella di farlo dormire da subito, appena rientrati dalla clinica, nel suo lettino. Già appena nato è importante che il bambino abbia uno spazio suo. Se ciò non è possibile, è importante che si installi nella sua cameretta dai 5/6 mesi: quando diventa troppo lungo per dormire in culla, è il momento di trasferirlo nel nuovo lettino nella sua stanza.

Depressione post-parto, si prevederà dal sangue

Presto potremo prevedere il rischio di incorrere nella “baby blues”, la depressione che coglie una neomamma su sette subito dopo il parto, le cui forme più gravi possono anche diventare psicosi vere e proprie. Un semplice test del sangue potrebbe infatti anticipare il pericolo di restarne vittima.
A un test che potrebbe essere davvero rivoluzionario, sta lavorando il team di Dimitris Grammatopoulos, della Warwick Medical School (Gran Bretagna), che ha presentato i risultati del suo gruppo all’ultimo International Congress of Endocrinology di Firenze.

Lo studio
Il lavoro ha coinvolto un gruppo di 200 donne seguite prima e dopo il parto, e ha permesso di scoprire che il pericolo di sviluppare la “baby blues” è in qualche modo scritto nel Dna: le donne predisposte alla depressione post-parto – hanno concluso gli autori – sembrano avere maggiori probabilità di presentare nel proprio corredo genetico particolari varianti di 2 geni interruttori cruciali nella risposta allo stress, poiché regolano la produzione di 2 recettori che a loro volta controllano l’attività dell’asse ipotalamo-ipofisario.

Speranze future
Grammatopoulos e i suoi colleghi intendono approfondire i risultati di questa ricerca attraverso uno studio più ampio e multicentrico, che coinvolga anche altre strutture britanniche a Coventry, Birmingham e Londra.
“Crediamo di avere fatto una scoperta con importanti implicazioni cliniche e sociali”, ha commentato Grammatopoulos, “se si riuscissero a identificare più facilmente le donne che rischiano la depressione post-parto, queste pazienti potrebbero essere trattate prima e con terapie appropriate”.